sabato 7 marzo 2009

Un altro modo è sempre possibile


Oggi pubblichiamo un contributo di Antonio Gesino. Chi di noi lo conosce sa che Antonio, apprezzato storico dell'arte, ha posizioni molto radicali sul futuro dell'area della rimessa. Purtroppo le sue idee non vanno d'accordo con quelle dell'Amministrazione. Ci piace sentire cosa dice e sperare che una mediazione sia possibile.

E' obbligatorio cominciare il mio intervento con una citazione - imprecazione di Tom Wolfe, "Maledetti Architetti", dove l'autore esprime quanto l'architettura si è distaccata pericolosamente dalla vita quotidiana, diventando egocentrica e teorica, ma soprattutto, sempre più allineata con la politica, non quella della buona amministrazione pubblica e del vivere civile, ma quella di un dissennato impulso ad ottenere risultati economici, adottando modalità d'intervento e gestione specifici dei soggetti privati. Per queste ragioni l'architetto è diventato "maledetto" e i progetti ne riflettono tutti i difetti e le incompatibilità. Che il dott. Botta è una celebrità dell’architettura contemporanea, non cambia assolutamente il giudizio critico complessivo sul progetto attinente all’ex rimessa di Boccadasse e basta osservare le planimetrie tridimensionali, per rendersi conto di quanto è invasivo e sovradimensionato rispetto al contesto. È altrettanto stupefacente come l’architetto affermi di aver accuratamente evitato di ricalcare “l’idea dei palazzoni anni Sessanta – Settanta, che per altro sono al margine”, trascurando che la sua filosofia costruttiva ricalca quella degli edifici anni Ottanta, non certo migliori e di minor impatto. L’analisi delle forme e dei volumi, oltre ad evidenziare i gravi difetti prima enunciati, evidenziano che le altezze sono ben oltre i limiti delle case vicine e si comprende come la procedura progettuale è il frutto di una visione del territorio dall’alto (anche dal punto di vista emotivo e intellettuale), studiato e valutato su delle planimetrie. Nell’articolo di Repubblica – Lavoro di sabato 28 febbraio, si evince un’altra anomalia non trascurabile, o meglio, una totale inconsapevolezza e non conoscenza dell’urbanistica locale da parte del dott. botta, che immagina le sue costruzioni in “mattone molto chiaro, rosato; anche una pietra dai colori pallidi, in ogni caso una materia naturale, che abbia un dialogo di facciata con il verde”. Queste affermazioni se prese alla lettera possono apparire inappuntabili, specialmente nell’eventualità che il lettore sia disinformato sulla reale caratteristica urbana del quartiere, che tuttavia non confina con nessun parco o zone verdi. Bisogna poi ricordare che a Genova non esiste la tradizione del mattone, il laterizio non appartiene alla cultura ligure, quindi oltre alle eccessive dimensioni dell’intervento si somma la sua spiccata visibilità e tutta la sua bruttura. Se fino adesso ci siamo limitati a valutare gli aspetti estetici, si deve ricordare che un centinaio d’appartamenti e più di 200 posti auto con entrata in via Fausto Beretta, costituiscono un’alterazione rilevante dei già precari equilibri sociali e del traffico automobilistico, componenti queste, che l’amministrazione e il progettista non possono trascurare. Detto ciò, stupisce ma non sorprende, che l’architetto non valuti quale progetto migliore quello che mantiene i volumi e le altezze (specialmente quest’ultime) della costruzione odierna, che oltretutto consente risoluzioni abitative di gran fascino e potenzialità. Basti considerare come attorno all’edificio possano scorrere i giardini degli appartamenti posti al pian terreno e che sul tetto si possano immaginare i terrazzi degli alloggi posti all’ultimo piano, creando un impatto ambientale ed estetico per nulla invasivo e pienamente condivisibile dagli abitanti del circondario. Capisco che l’archistar ne soffre, ma se per una volta riuscisse a controllare i suoi istinti di libido dominandi ed egoriferiti, sfruttando le sue competenze, potrebbe raggiungere un eccellente risultato, portando rispetto agli abitanti ( che non ragionano con egoismo), il territorio e specialmente, all’arte a cui presta servizio. Come storico dell’arte non posso appoggiare il disegno e la mentalità dell’architetto Botta ed esprimo questo giudizio critico senza opacità e le riserve che porto alla categoria, che negli ultimi decenni ha sfigurato e svilito questo paese e ha ancora l’ardire supponente che “ad esser bravi si può costruire anche in piazza San Marco…”.

Boccadasse non è Venezia, ma il pensiero criminale è il medesimo e a questo proposito mi avvalgo di citare l’articolo 5 dei “14 reati paesaggistici” e le regole per costruire un paesaggio migliore: Edifici fuori scala o in forte contrasto con i caratteri dell’edilizia tradizionale locale. La qualità delle nuove costruzioni che introducono tipologie edilizie che rompono le proporzioni tradizionali dell’insediamento storico introducendo altresì modelli e disegni architettonici omologanti e di forte impatto sul paesaggio” ( a cura di Italia Nostra, in V. Sgarbi, Un paese sfigurato. Viaggio attraverso gli scempi d’Italia, Milano 2003, pp. 121 – 125).

Antonio Gesino

1 commento:

Anonimo ha detto...

Caro Professore a proposito di corpi estranei e astrazioni tipologiche La invito a leggere quanto osservava Portoghesi 11 anni orsono nel suo dizionario dei Maestri contemporanei:::lo trova sul sito sarzanachebotta.blogspot.com nella sezione "autorevoli pareri" !